webrunus

26.10.09

SKRIICK

Come la grandine sotto i tacchi.

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4.4.09

M. Irungu

Piove.
Esco e il mio sguardo si inceppa:
un uomo, nero miseria
fradicio
infreddolito
in piedi, sotto la tettoia,
pare un chiodo bagnato
arrugginito
mi s'inficca nella schiena
è un brivido di pena
braccia strette sotto la maglietta
mozziconi di calore
sguardo vitreo
perso
nel vuoto dell'ignoto.
Volgo gli occhi dalla scena
per istinto di pudore
un istante e mi rivolto
quello sguardo non perdona
ne riconosco il volto
è Solitudine in persona.

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21.3.09

Così il mio lavoro

Ecco un video che rappresenta bene come mi sento attualmente nel mio lavoro:

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15.2.09

Uovo di zecca

"Pensati che c'è un tipo di zecca che passa la vita sul ramo di un albero, nel bosco, aspettando che un animale a sangue caldo le passi sotto, proprio sotto quel ramo lì, e sentendone l'odore, ZAC!, o meglio ZEC!, vi si getta, sperando di 'beccarlo', letteralmente. Ma come fa?!"

"Come me."

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3.3.08

El Shadai*

Stai aspettando che Dio ti dia la risposta? Non aspettare! Chiama il numero verde 800 G-O-D-D-I-R-E-C-T! 24h/24 7/7 ed ogni tuo dubbio svanirà come un bambino sciolto nell'acido! Orsù, unisciti a noi, i veri, gli originali criiiistiaaniiiii! Gli unici ripetitori autorizzati della divina favella©! Perché i testimoni di G., a noi, ci fanno una pippa!
[Per il massimo del piacere è consigliato l'uso di occhiali da antropologo - Tenere al di fuori della portata dei bambini]

*El Shadai è una parrocchia protestante di Bujumbura

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17.9.07

Wesha!



Weshà, t'es la joie!
Quand j'arrive c'est la fête
comme un dauphin poilu tu sautes
et sur mon pantalon clair voilà ta patte!
Mais comment veux-tu que je te gronde
quand ton amour pour moi est si profond!
Que puis-je te dire
que dès que j'entre tu me fais rire?
Le matin lorsque je m'éveille
déjà tu m'appelles jappant sur le seuil
tu m'implores, dramatique
pour qu'on joue à l'attaque
et c'est toute une époque
qui me rattrape
c'est le plaisir enfant
d'être que content
sans d'autre soucis
que de s'amuser ainsi.

Tu cours à fond derrière ta balle
tu la ramènes à une vitesse folle
mais là de moi tu te moques bien
tu fais semblant mais tu me donnes rien
finalement c'est moi qui l'arrache
directement dans ta bouche
et c'est reparti! Notre jeu redémarre déjà
le goût aussi intact que la première fois.
Et quand je travaille sur mon ordi?
Tes pattes sur le clavier, tu me regarde ainsi:
"Laisse tomber ça! Viens, on doit jouer ici!"
Wesha, Wesha qu'il te gâte ton tonton
quand au petit dej' il te file un croûton
et à midi, dès que ton maître s'en va
il te gratte et caresse que... "C'est quoi ça!?"
Et quand on lutte qu'on s'enroule au sol
les gens nous regardent l'air bien drôle:
les pauvres! Ils ne comprennent pas
qu'on puisse s'aimer autant, moi et toi,
mais nous on s'en fout, n'est-ce pas?
Car nous, on connaît bien notre joie.
Wesha tu m'aimes dans cet hémisphère
comme dans l'autre seulement ma mère
donc de t'écrire cette poésie
c'est le m i n i m u m, mon ami
le vrai problème mon cher Wesha
c'est de te la lire, car j'aboie pas!
"Peu importe les mots!" - tu me diras
"car l'amour c'est dans les yeux que ça se voit"
Eh ben t'as raison, je m'arrête là
et vite je reviens jouer avec toi!


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1.7.07

La centenaria

Una cuccia di foglie sul ciglio della strada, tra colli incantati:
ne esce una donna, rattrappita dal tempo, alberello rinsecchito dagli occhi velati.
Scalza si avvicina, incedere lento.
Tende la mano: pochi franchi, 100.
A lungo osserva la lisa banconota, la sua bocca si muove, ma rimane muta.
Finché d'improvviso una folata di vento e l'alberello danza:
è il suo ringraziamento.
(però no, non s'è dipinta d'argento).

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Il colone

Per l'ennesima volta costretto, riascolto il disco liso del suo passato vanaglorioso, in bianco e nero, e quel che vedo è un povero vecchio che nel deserto desolato del suo presente si disseta bevendo la sua urina, rancida, ripetutamente.

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23.6.07

Brulica Bukavu

Gente come pioggia, persone come gocce, fitte... sguardi diretti, lucidi: ti fissano, scrutano, penetrano dentro bagnandoti l'anima, ineluttabili, magnetici, istantanei. Rivoli di uomini scorrono lungo la strada, flusso ininterrotto di vite autentiche, indaffarate a sopravvivere, pellegrini oltre la notte... Mercato d'altri tempi, al lumicino, fioco, minimo, essenziale, come la speranza dell'ultima vendita, un morso in meno della fame. Povertà senza disperazione, miseria normale, non c'è altro gioco che il tirare a campare. Accettazione dignitosa della quotidiana lotta, spassionata, anti-epica, no frills.
Le strade di Bukavu sono torrenti in secca e la jeep una botte tra le rapide: sballottati fluiamo tra la folla costante che ci avviluppa, ci sfiora, ci sfila ai fianchi come pesci e chiglia. I fari fendono la polvere come raggi sott'acqua: è densa l'aria, densa di vita.

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4.5.06

Crepuscolago


Il sole ci saluta di lontano, andandosene pacioso dietro la collina, e lascia il posto alla notte. Lei, con la stessa sapiente calma, si insedia, come un'elegante signora che nonostante l'età, porta ancora fiera i suoi colori, consapevole del suo fascino immortale. Il lago, suo tremulo specchio, zelante le si presta. E sono sagome scure, silhouette silenziose che popolano la scena: diligenti formazioni di ibis lisciano il cielo tra sbuffi di nuvole impassibili e distanti, mentre qualche piroga si muove con discrezione sul lago di mercurio. Poco sopra di loro, un martin pescatore si libra, nervosamente immobile prima di precipitarsi verso la superficie, che solo sfiora, quasi una finta, come se il freddo dell'acqua gli avesse fatto cambiare idea su quel tuffo già in corso, e in barba alla gravità se ne torna su, leggiadro e spavaldo. Intorno suoni, tanti suoni, e rumori: versi d'uccelli, tintinnii, scricchi, gracidii, fischi, fruscii... segni di vita nascosta, presenze invisibili. Saliamo cauti sul quel tronco scavato che ci dicono galleggi e seduti su cuscini di frasche fresche ci immergiamo ancor più in quella scena: i gomiti a pelo d'acqua, siamo cullati dallo sciabordio lento e regolare del remo che ci sospinge sempre più dentro a quel dipinto. Solchiamo chiazze di ninfee che carezzano il legno dello scafo, ruvidamente. Nessuno osa disturbare con i propri suoni il concerto in atto: puri ricettori, tentiamo di dissolverci in quell'estasi. Perfino il rumore del remo diventa fastidioso: è artificiale. SSSsss... silenzio: la piroga scivola sciolta, in sospensione sul mondo, e noi sospesi dal mondo. La volta del cielo è sempre più blu, più rotonda, più gonfia: si direbbe che la sottile falce della luna l'abbia incisa, come un minuscolo spiraglio verso un al di là di pura luce.

Di fronte a noi si staglia un isolotto che pullula di quei suoni misteriosi e irriconoscibili. Le piante che lo ricoprono sembrano stringersi come naufraghi su di una zattera sovraffollata, pericolosamente sporti verso il mare letale tutt'intorno. Tra di esse spiccano le palme: sono fontane nere, giganti zampilli affilati che trattengono il fiato, immobili. Mi volto e c'è un taglio nella tela: una lama di luce scinde il lago dalla riva, l'acqua dalla terra: "Oddio, si è scollato il fondo! Il lago precipita!". Ma invece la fessura si assottiglia, si rimargina lentamente fino a sparire ed è già tempo di ritornare con i piedi per terra.

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12.3.06

Porca miseria

STOP!
Il mio corpo continua il solito movimento, ma senza di me dentro. Il film è bloccato su quel fotogramma, esplosione muta che m'interrompe il flusso dei sensi, onda d'urto che ferma il tempo e porta il silenzio. Non vedo, non odo, ma sento: è una zaffata di miseria che mi penetra il naso, è la fame degli altri che mi spreme lo stomaco. Solo l'inerzia del mio corpo mi fa uscire da questo ruvido autolavaggio della coscienza, ora nuda di fronte alla silenziosa sofferenza di quei capi chini, rannicchiati sui gradini, sudicio arredo di carne per questa cupa tromba di scale: si riposano così i manovali del cantiere, cercando un po' di buio tra le proprie ginocchia, un po' di silenzio tra le spalle, un po' di sonno contro la fame, nell'attesa che la fatica da essa di nuovo li distolga.
Foto che non si può scattare, sciacallaggio della dignità altrui.

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