Vita africana. Soprattutto vita.
Forse è solo una arrogante impressione, ma è come se qui in Burundi la vita mi apparisse più schietta, cristallina. Qui agisco, ho la sensazione di sapere cosa fare, quasi sempre. ho le idee chiare. Non scorgo grosse sofisticazioni sociali. Sarà che non sono del posto, o forse è il potere della pelle bianca, del potere come presupposto, come componente costitutivo dell'essere bianco: qui ci si sente facilmente potenti - in senso letterale -, si diventa facilmente assertivi, diretti, talvolta anche spigolosi: è un gioco sociale che ti oltrepassa. Ma la sensazione è che si badi al sodo, che le cose ce le si dice.
Mi è capitato di incontrare qualche persona che viene dall'Italia, insicura, quasi impaurita, gente che nel proprio humus ci è stata sembre benino, ma che adesso un po' gli sta stretto, anzi, che del proprio humus probabilmente non ne può più. Gente che gli leggi negli occhi la paura di vivere a modo loro, persone perbene, molto ligie alla norma, di quelle che hanno paura di sporgersi un po' e scivolare sui ripidi pendii della gaussiana, giù giù verso la devianza, ma che per fortuna non hanno completamente ucciso quell'afflato ideale, quell'impulso ad essere meno conformisti e più originali, "più fedeli a sé stessi", come si usa dire. Arrivano qui e ho la sensazione netta che sbuchino in una radura dopo aver vissuto nella giungla troppo a lungo. Ti raccontano qualcosa ed hai l'impressione che finalmente abbiano rivisto il cielo, il sole, abbiamo respirato aria buona a pieni polmoni, e vedano il groviglio della giungla da cui sono appena emersi, che è lì che li circonda ancora, poco distante, ma quanto basta per accorgersi che era un groviglio incombente, soffocante. Gente che negli occhi curiosi di un bambino che ti fissano riconosce quella pulizia dell'anima che ti fa trasalire, perché stride così forte con l'aspetto sudicio esteriore.
Gente che di fronte a quella risata e s s e n z i a l e di chi non ha niente è percorsa da un brivido capace di crepare, se non proprio sgretolare, quella crosta di convenzioni e abitudini che ingessa, che imprigiona l'espressività. Il mito del buon selvaggio? Forse. Forse succede anche in Italia, con i bambini nostrani, e io non l'ho mai notato solo perché non c'è questo contrasto acuto tra interno e esterno o perché sono meno attento, essendo sempre di corsa. Riflettendoci meglio però, è che io in Italia i bambini non li incontro mai così, sono sempre con qualcuno di grande, dentro qualcosa, uno spazio/tempo ad hoc... Qui invece girano da soli, o meglio, non accompagnati: è un po' come quando pensi che in Europa una volta c'erano gli animali liberi nei boschi, che bello che doveva essere incontrarli spesso e adesso è così raro che ti tocca andare nelle aree protette, all'asilo. Per carità, questi qui, lasciati a sé stessi, spesso finiscono a sniffare benzina dormendo per strada, non sto mica condannando il nostro sistema per esaltare questo, ma se come diceva Thoreau "Non si conquista nulla senza perdere qualcos'altro", ecco, adesso mi son fatto un'idea di quel qualcos'altro.
Mi è capitato di incontrare qualche persona che viene dall'Italia, insicura, quasi impaurita, gente che nel proprio humus ci è stata sembre benino, ma che adesso un po' gli sta stretto, anzi, che del proprio humus probabilmente non ne può più. Gente che gli leggi negli occhi la paura di vivere a modo loro, persone perbene, molto ligie alla norma, di quelle che hanno paura di sporgersi un po' e scivolare sui ripidi pendii della gaussiana, giù giù verso la devianza, ma che per fortuna non hanno completamente ucciso quell'afflato ideale, quell'impulso ad essere meno conformisti e più originali, "più fedeli a sé stessi", come si usa dire. Arrivano qui e ho la sensazione netta che sbuchino in una radura dopo aver vissuto nella giungla troppo a lungo. Ti raccontano qualcosa ed hai l'impressione che finalmente abbiano rivisto il cielo, il sole, abbiamo respirato aria buona a pieni polmoni, e vedano il groviglio della giungla da cui sono appena emersi, che è lì che li circonda ancora, poco distante, ma quanto basta per accorgersi che era un groviglio incombente, soffocante. Gente che negli occhi curiosi di un bambino che ti fissano riconosce quella pulizia dell'anima che ti fa trasalire, perché stride così forte con l'aspetto sudicio esteriore.

Gente che di fronte a quella risata e s s e n z i a l e di chi non ha niente è percorsa da un brivido capace di crepare, se non proprio sgretolare, quella crosta di convenzioni e abitudini che ingessa, che imprigiona l'espressività. Il mito del buon selvaggio? Forse. Forse succede anche in Italia, con i bambini nostrani, e io non l'ho mai notato solo perché non c'è questo contrasto acuto tra interno e esterno o perché sono meno attento, essendo sempre di corsa. Riflettendoci meglio però, è che io in Italia i bambini non li incontro mai così, sono sempre con qualcuno di grande, dentro qualcosa, uno spazio/tempo ad hoc... Qui invece girano da soli, o meglio, non accompagnati: è un po' come quando pensi che in Europa una volta c'erano gli animali liberi nei boschi, che bello che doveva essere incontrarli spesso e adesso è così raro che ti tocca andare nelle aree protette, all'asilo. Per carità, questi qui, lasciati a sé stessi, spesso finiscono a sniffare benzina dormendo per strada, non sto mica condannando il nostro sistema per esaltare questo, ma se come diceva Thoreau "Non si conquista nulla senza perdere qualcos'altro", ecco, adesso mi son fatto un'idea di quel qualcos'altro.


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