webrunus

14.4.06

Liscio come l'olio

Esco di casa alle 8:30, in bici vado alla Posta per inviare una lettera, entro: "Torni tra una mezz'oretta, l'impiegato non c'è" [l'ufficio apre alle 7]. Esco e vado in banca. Yuppi! L'estratto conto mi dà un rosso di -106.746,20 euro. Ci risiamo, per la terza volta in un anno mi hanno addebitato il valore di una fattura in franchi burundesi senza convertirlo in euro, valuta del mio conto corrente. Mi rivolgo all'impiegata con una smorfia seccata: lei dapprima mi riprende stizzita per non averle detto "Bonjour", poi con la sua tipica flemma bradipica, da un'occhiata all'estratto conto e lo porta al direttore, per una verifica. Per guadagnare tempo mi faccio un assegno (unico modo per prelevare denaro) e con il gettone vado agli sportelli a fare la coda per ritirarlo.Poi ritorno dall'impiegata che ammette che hanno fatto un errore, ma non loro, "...quelli della sede di Bujumbura", come se non fosse la stessa banca. Chiedo lo storico dei movimenti degli ultimi 2 mesi: mi fa compilare un apposito modulo e poi, con la foga di una lumaca stanca, lo porta al collega, che manderà in stampa il documento. Nel frattempo io sono andato al baracchino poco distante a comprare dei fazzoletti di carta: ho solo una banconota da 2000Fbu, per cui ne compro 10 pacchetti, anche se me ne bastava solo 1: non ho voglia di dover aspettare che il 'tabacchino' (= tabaccaio-bambino) vada a cercare in giro i 1800Fbu di resto. Attraverso la strada e compro una risma di carta: prezzo tondo: 5000Fbu. Gli tendo una banconota da 10.000Fbu: mi servirebbero anche 5 buste, ma non ho voglia di aspettare che il commesso vada a cercare i 4750 franchi di resto. In quel momento entra il bambino di prima che passa al tipo la mia banconota da 2000Fbu chiedendo di cambiarla in spicci, e il commesso scuote il capo: non ne ha. Sorrido tra me e me. Torno alla banca e il mio storico è già lì pronto, a malapena leggibile tra le righe verdi e bianche del foglione riciclato da stampante ad aghi: poveri aghi, me li immagino che si scusano con il nastro che si ritrovano costretti a spremere per l'ennesima volta, ben consapevoli che lui non ne può più. Sopraggiunge il direttore che con un sorrisone smagliante mi conferma quasi divertito che hanno fatto un errore "quelli di Bujumbura", ma di stare tranquillo che mi riaccrediteranno i 106.000 e rotti euro. Grazie tante! Non riconoscendo l'ultimo pagamento, chiedo che di sapere a che cosa si riferisce. La solita impiegata si trascina dal direttore e gli chiede di verificare il beneficiario. Esasperato, dico che ripasso l'indomani e ritorno in Posta, puntuale: l'impiegato si sta ripigliando dalla sua camminata seduto allo sportello. Gli porgo la busta: "760Fbu" - dice -, e io ho i soliti 5000 interi. Per fortuna mi annuncia che nella mia cassetta postale, nel vecchio ufficio postale, dall'altra parte della strada, c'è una lettera per me (qui il postino non esiste, le strade non hanno nemmeno un nome, figuriamoci un numero civico!): bene, così ho qualcosa da fare finché va a cercare il resto. Vado, apro il lucchetto della mia casella postale, prendo la busta, la apro, controllo il contenuto, rimonto in bici, riattraverso la strada, metto il lucchetto nella mia nuova casella postale presso il nuovo ufficio, e mi ripresento allo sportello giusto giusto quando il commesso sta contando la dodicesima banconota da 20FBu, che sembra uscita dal Monopoly: che tempismo! Mi vedo già titolare nella nazionale burundese di nuoto sincronizzato!
Mi fiondo a scuola, devo stampare un documento da far firmare al vicario generale, che normalmente il giovedì mattina concede udienza nel suo ufficio. Oggi no, oggi va a Bujumbura, per cui se voglio la sua firma - che serve per lo sdoganamento di un container per la sua scuola - devo precipitarmi lì subito. Lui in macchina ci passerebbe quasi davanti alla scuola, ma non si può chiedergli troppo: vado io da lui, in bici. Arrivo trafelato e... non c'è. Poco male: vado dal meccanico lì vicino che mi deve mettere il timbro sul preventivo che mostrerò al vicario. Il timbro, già il timbro... "UEUE! (= Ciò ti! - in kirundi) Dov'elo el timbro?" Il collega arriva, con calma - si direbbe stia camminando sott'acqua - e porge il timbro.
Torno fuori e il vicario ancora non è arrivato. Gli telefono, o meglio, ci provo: primo... secondo... e al terzo tentativo il suo cellulare finalmente squilla: Télécel è così: non c'è senza tre (tentativi). Mi dice che è per strada. Nell'attesa mi accorgo di un errore ortografico, lieve per carità, ma considerando il tipo, capace che non me lo firma e allora via alla disperata ricerca di un PC con una stampante - entrambi funzionanti - per riscriverlo. Li trovo al primo piano di uno stabile a un centinaio di metri. Il tipo che gentilmente me li mette a disposizione non sembra aver colto la mia fretta e mi conduce al suo ufficio con l'incedere placido di un maggiordomo debole di cuore. Il PC e la stampante sono coperti da un telo di stoffa, sopra il quale ce n'è un altro di nylon: già mi immagino un 486 degli anni '80 e invece no, TOH! Un Pentium 4! E anche la stampante laser è nuova nuova. Accendo il PC... Windows 98! Ah ecco, mi pareva. Comincio a scrivere e dopo una riga scarsa mi sento chiamare: "Il vicario è arrivato! Vieni che ha fretta!". Ok, mollo tutto, ringrazio Speedy Gonzales, e mi precipito giù dalle scale, inforco la bici e arrivo all'ufficio: il vicario è al telefono, legge la lettera distrattamente, non becca l'errore e me la firma: "Giorno fortunato!" penso. Torno a scuola, in auto stavolta: è sempre interessante sperimentare le dinamiche creative del fango: così malleabile e avvolgente, accoglie le mie ruote con un attaccamento quasi materno...Boh (e Luke).
Devo reinstallare per l'ennesima volta Windows sul PC di turno. Inserisco il CD e...TAC, primo black out della giornata. Ok, uso il gruppo elettrogeno. Acc! E' quasi a secco. Meglio che vada a riempire le taniche. Primo distributore: "Avete benzina?" "OYA!" (= NO!"). Secondo distributore, poco distante: "C'è benzina?" "No no" "Dove ne trovo?" "Al mercato", cioè dall'altra parte della città. Ok, parti e vai. C'è la fila. Aspetto il mio turno. Mi affianca uno con i vetri oscurati e pare volermi soffiare il posto: penso "Gli zarri sono uguali in tutto il mondo" e invece tira giù il finestrino, si scusa e mi lascia strada, alla faccia del terzo mondo! Faccio il pieno, serbatoio e taniche: il benzinaio è l'unico che il resto ce l'ha sempre pronto, ma in compenso ci impiega lo stesso tempo a scrivere la ricevuta. Finché aspetto osservo il suo collega che fa il pieno con la pistola in una mano e la cicca nell'altra. Sai che spettacolo la prima volta che si confonde!
Rientro a scuola e come da copione la corrente è tornata (a 210V): solo qui ho capito davvero perché la chiamano corrente alternata.