webrunus

25.2.06

Amaro Montenegro

Tra le varie cose che sarei stato da grande, a parte un Nobel, c'è sempre stata l'esploratore. Anche quando studiavo storia il mio periodo preferito era quello delle grandi esplorazioni, dei grandi navigatori, di Stanley e Livingstone. Crescendo è stato il fascino dell'antropologia, anche se abbastanza superficialmente, per la verità. Ebbene, qui in Burundi per molti versi questo mio sogno di bambino si sta realizzando, ed è una gran bella sensazione. Lunedì scorso però c'è stato un acuto: per la prima volta ho preso l'aereo del PAM, il Programma Alimentare Mondiale, un'agenzia dell'ONU che si occupa della distribuzione di cibo in paesi poveri come questo. Il PAM qui in Burundi mette gratuitamente a disposizione delle organizzazioni umanitarie questo aeroplanino da 13 posti che funziona come un autobus volante: ogni giorno infatti fa il giro delle maggiori città del paese, che è più o meno grande come la Lombardia, tanto per capirci, ma senza Pirellone. Beh, finalmente lunedì ho sfruttato per la prima volta questa opportunità e sono volato da Bujumbura a Ngozi, in 20 minuti scarsi, contro le 2 ore e mezza di auto, decisamente più rischiose.
Siamo partiti con un'ora di ritardo e in sala d'attesa, all'unico gate dell'aeroporto di Bujumbura, ho fatto un incontro speciale: un'anziana Signora, in carrozzina, stava aspettando di imbarcarsi per Nairobi.

La osservo per un po', con la coda dell'occhio, non voglio risultare importuno, e mi colpisce. Ha un vestito viola, viola carico, un tailleur, con gonna e una camicia fine, color panna. Parla in italiano con la donna che l'accompagna, si muove, gesticola con piglio deciso, benché il corpo faccia fatica a tenerle dietro. Mi affascina la nitidezza con cui traspare la forza di quella persona racchiusa in un corpo molto più vecchio di lei. Le scatto un paio di foto di frodo, stile "Ce l'ho!", ma poi no, poi... perché no? Mi alzo e vado a salutarla, a stringerle la mano - una mano morbida - commosso da tanta forza di volontà. Scopro che è italiana ed ha 94 anni. Faccio presente che per arrivare dall'Italia a Bujumbura ci vogliono 2 giorni di viaggio e 4 voli: nord Italia-Roma-Addis Abeba-Nairobi-Bujumbura. La persona che l'assiste mi dice che 3 mesi fa erano a Santo Domingo. Lo sguardo, la dignità, la fierezza, la sua sobria eleganza. Le chiedo una foto insieme «...per mostrarla a mia nonna quando si lamenta» le dico. E lei prontissima replica «Sì, sì, gliela mostri, e le dica che lamentarsi non cambia niente. Io ho passato 3 guerre e le dico che non bisogna mai lasciarsi abbattere dalla vita, ma trovare la forza di andare avanti.» Mi pare di cogliere l'energia che le infonde l'orgoglio di fare queste imprese alla sua età. Mi allontano, come per rispetto, e mi risiedo, sorridente. Mi viene in mente Pietro: "Stessa pasta", penso. E io? Chissà...

Anyway, time to go: ci chiamano e arriva quel momento che non dimenticherò mai, quei cento passi tra il gate e l'aeroplano, quei cento metri sulla pista assolata, le montagne rigogliose del Congo sullo sfondo, insieme ad una manciata di "colleghi" di altre ONG: è stato entrare in un film, nel mio film preferito (Office Space a parte) o nello spot dell'amaro Montenegro... l'apoteosi della mia dimensione epica: mi faccio immortalare finché salgo, e mi sento un figo.
Decolliamo, e si sente, sorvoliamo un po' il lago Tanganyika e poi via verso nord, incontro alle colline... c'è il tempo di osservare Bujumbura dall'alto, di cercare i suoi punti noti, di ricucire la mappa terrestre con quella aerea...

Vedo snodarsi una strada, non riesco a capire se è quella che faccio di solito: mi dicono di sì, e ancora non mi ci ritrovo... Poi passiamo il passo, a 2300m s.l.m. si passa a bassa quota, si vede la foresta vergine, le piantagioni di tè, questo mosaico morbido, fatto di tessere verdi, marroni, rosse...

Sono entusiasta come quando da bambino mio papà mi montava sulle moto parcheggiate... finché riconosco Ngozi, e cominciamo a scendere verso la pista in macadam, che conosco bene perché è tappa fissa dei miei giri in mountain bike: ricordo la prima volta che l'ho percorsa in bici, facendo l'aereo con le braccia, felice... e contromano, a quanto pare...
Sotto il mio finestrino si apre il carrello: vedo la gomma un metro sotto di me e la terra rossa che si avvicina, vicina, 'cina, 'ina, TRRONN VROOOOOOOMMMM le eliche cominciano a rallenare la corsa, qualche leggero ondeggiamento, tipo alla fine del Canyon River di Gardaland... Fuori dal finestrino scorgo la macchina parcheggiata e Venant che mi aspetta... Ormai la fantasia ha lasciato gli ormeggi e cerco di capire se per quel set sarebbe più adatto che trasportassi droga, un organo (a canne), soldi, o semplicemente mi vogliono per quello che so... Finalmente aprono lo sportello e scendo: ancora un paio di foto ricordo, poi mi avvicino al portellone della stiva e lo misuro a spanne: 3. Ci entrerà la mia mountain bike?