Internet, zoo di speranza
"Ciao Pietro, dove sei?"
"Sono in volo sopra Kuala Lumpur, connesso ad internet wireless."
Così è cominciata una "telefonata" piuttosto particolare con il mio capo, qualche tempo fa. È in quell'occasione che mi sono chiesto se il nome del programma che usavamo per parlarci, Skype, fosse la contrazione di Sky (cielo) + to hype, che nel gergo americano significa euforico, su di giri; perché è così che mi sentivo al pensiero che da una sperduta località del Burundi potevo parlare, chattare, scambiare file - il tutto gratuitamente - con qualcuno in un Boeing dall'altra parte del mondo. System requirements: 2 pc portatili (wifi), non eccezionali, 2 paia di cuffie, un software gratuito, e sì, certo, un biglietto aereo sulla Lufthansa con 15$ extra per avere la connessione durante tutto il volo. La tecnologia si chiama Voice over IP, cioè voce su Internet Protocol: è curioso pensare che Internet è nata sfruttando l'infrastruttura telefonica mondiale, cioè facendo passare dei dati (degli 0 e degli 1) in quei fili che portavano la voce (analogica) e adesso è la voce a diventare "dato", cioè digitale, una lunga serie di 010101. Il codice binario: l'esperanto delle macchine, che però funziona. La digitalizzazione dei fenomeni analogici li rende condivisibili a prescindere dalla distanza geografica. Ma vi rendete conto? Abbiamo il privilegio di vivere una rivoluzione probabilmente più straordinaria dell'invenzione stessa della stampa a caratteri mobili. Il "ciberspazio", questo universo virtuale che è dappertutto e in nessun posto, che è reale come un sasso, ma impalpabile come un sogno, che compenetra il mondo "pre-internet" come l'acqua imbibisce la terra secca e la feconda. Non riesco a pensare a nulla che l'umanità sia riuscita a generare che si avvicini così tanto ad un'utopia: si tratta di un ambiente artificiale in cui esistono delle regole, come in natura delle leggi, e sono proprio queste regole che consentono quella meraviglia che è la biodiversità. Internet ci omologa? Ci appiattisce a pensare tutti come pensano gli sviluppatori di software (per lo più americani), quelli che decidono come dobbiamo interagire con il computer? Heinz Von Foerster diceva che la vita è una danza tra vincoli e possibilità. Dal mio osservatorio di appassionato internauta dal 1996 sono propenso a credere che per come è ora, internet ha indebolito i vincoli ed ha aperto possibilità di espressione. L'accesso. Certo, l'accesso è un problema: socio-economico e culturale. Ma proviamo a confrontare internet con le altre forme di espressione uno-a-molti: i giornali, i libri, la televisione, i film, la radio, la scienza, ecc. Mi pare sia indiscutibile che le barriere all'entrata per tutte queste forme siano molto più alte che non in internet. Non dico nulla di nuovo sottolineando che in nessun altro contesto si può passare così facilmente dall'essere semplici "riceventi" a "emittenti", o meglio da ascoltatori a interlocutori, senza essere ricchi. È questo a mio avviso l'aspetto più rivoluzionario di Internet: chi comanda e ha i soldi oggi, i potenti, il più delle volte sono anagraficamente troppo vecchi per aver colto davvero il potenziale di destabilizzazione del sistema costituito da internet. Adesso è troppo tardi per ingabbiare internet? Lo spero con tutta la mia anima. Da ateo, prego iddio che anche i cinesi finiscano per convincersi che i vantaggi di un accesso diffuso ad internet prevalgaono sugli svantaggi derivanti da un minor controllo. Spero che sia troppo veloce anche per loro, troppo distribuito per essere controllato con un approccio top-down classico, troppo complesso e fortunatamente troppo figlio di una cultura liberale e democratica (che non è certo quella di Bush) che fare marcia indietro sia diventato già impossibile. Perché la "fregatura" di internet, dal loro punto di vista, è che l'élite che comanda il mondo è la stessa che ne fruisce: il 10% più ricco del pianeta. Ma a differenza del passato, questa élite deve accettare che internet è diventato quello che è proprio perché libera e "anarchica", acefala e distribuita, paritetica. Trovatemi un altro "milieu" in cui i vincoli di censo siano così bassi, la meritocrazia così presente: Internet per adesso è come lo sport di una volta, prima che diventasse "businessport". È un ambiente in cui 2 studenti universitari svegli ti inventano Google e nel giro di 2 anni sbaragliano il colosso Altavista, re indiscusso dei motori di ricerca fino a quel momento. E questo solo grazie ad una trovata tecnica che puntava alla qualità dei risultati della ricerca invece che alla quantità di siti schedati. È il Chievo che alla fine vince il campionato. Internet è un luogo in cui migliaia di persone normali si mettono a scrivere collaborativamente e gratis un'enciclopedia pubblica, Wikipedia, che non è perfetta, ma è multilingue e in 4 anni ha raccolto più di un milione di voci contro le 80mila dell'Enciclopedia Britannica. È un ambiente in cui uno studente svedese, Linus Torvalds, ha una bella idea, scrive un nuovo sistema operativo e qualche anno dopo centinaia di migliaia di programmatori continuano il suo progetto, gratis, arrivando con GNU-Linux a minacciare il monopolio del colosso mondiale dell'informatica Microsoft. Il tutto grazie ad una trovata geniale e utopistica di un programmatore visionario, Richard Stallman, che ha inventato il "copyleft": fai pure quello che vuoi con il frutto del mio lavoro, a patto che lasci la stessa libertà a chi voglia avvalersi del frutto del tuo lavoro. Il brevetto al contrario. "Un'idea troppo comunista per poter funzionare in Russia" come disse un ministro russo. Già, ma in internet funziona. Ecco il calabrone che vola, nonostante i fisici dicano che le sue ali teoricamente non sono sufficienti a sostenerne il peso. "Gli innocenti, non sapendo che era impossibile, lo fecero".
Ho quasi 30 anni e mi guardo intorno: non occorre essere cinici né superinformati per rendersi conto che così non può durare: ci vorrebbero 6 pianeti Terra per permettere a tutti di consumare come noi ricchi del Nord del mondo, non c'è abbastanza acqua per tutti, non c'è abbastanza aria da inquinare... Gli ottimisti credono che lo sviluppo tecnologico sarà in grado di risolvere questi problemi prima che diventino irreversibili, fornendo energia pulita per tutti, ecc. Forse le soluzioni tecniche ci sono pure, ma l'inerzia politica di applicarle è enormemente più lenta del necessario, i poteri costituiti troppo cristallizzati. E i cristalli quando sono premuti uno contro l'altro si frantumano. C'è troppa violenza, espressa e latente, c'è una generazione che sta andando al potere senza aver vissuto la grande guerra, che non se la ricorda sulla pelle, che non dà alla Pace il valore che merita. Storicamente non credo ci sia nulla di più odioso per l'essere umano di "retrocedere" nel proprio tenore di vita, e noi siamo una generazione che non conosce il sacrificio né la rinuncia, una generazione del tutto e subito, del mordi e fuggi, di pseudoscienziati saccenti senza un Dio che ci metta paura e che sedi la nostra volontà di potenza. Siamo sull'inaffondabile Titanic e chiamiamo i rozzi iceberg terrorismo. No, sinceramente io la vedo male, se ragiono invece di sperare, non credo possibile evitare una rottura, un cataclisma che riduca drasticamente la popolazione mondiale, una lama d'aratro che rivolti questa terra dura, arida e rafferma e la rigeneri.
Che fare? Sono troppo intelligente per non essere sufficientemente modesto da pensare che potrei sbagliarmi. Eccola l'unica speranza. Volente o nolente sono figlio anch'io di una cultura del meglio, del progresso, non posso farne senza, non posso rinunciare ad aspirare a fare una differenza con la mia vita in questo mondo: mi hanno insegnato che è un mio diritto/dovere. Ingenuo esaltato, non riesco a pensarmi altro che teso ad inseguire questo ideale. To believe is the key, alla faccia di tutti i ragionamenti. È una specie di scommessa pascaliana: se mi sbaglio e gli americani cederanno lo scettro ai cinesi consensualmente, in via pacifica, tanto meglio, se invece ho ragione, beh, ho la coscienza a posto che ho fatto tutto quanto in mio potere per rallentare il processo e resistergli. Ecco, globalmente parlando, internet mi pare l'unica grande controtendenza, l'unico vero inedito della Storia, l'unico fenomeno umano e sociale di rilievo in cui le cose (ancora?) non succedono secondo i dettami della Realpolitik del passato. Insomma, l'unico zoo in cui la mia speranza di sbagliarmi riesce a riprodursi, anche se in cattività. Naturale per me cercare di estenderlo.


1 Comments:
Appena tornato e gia' la nostalgia mi attanaglia. Com'e' possibile passare dal tutto al niente in 24 ore e tornare dopo 3 settimane dal niente al tutto e sentire che forse nel niente c'era qulcosa che nella confusione del tutto e' rimasto sepolto chissa dove e non si riesce piu a trovere. Peccato che forse e' qualcosa che potrebbe spiegare la vera essenza della vita.
(Spero non te ne voglia se sono riuscito a scovare questa pagina !)
Ciao a presto. Abborigeno
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miaooaim, at 28/08/05 10.45
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