webrunus

2.4.05

Riflessioni dall'Africa

È notte e sono in una bettola di Bujumbura, tipo che sul davanzale ci sono ancora "le bucce" dei gavettoni dei miei aitanti predecessori in questa stanza, if you know what I mean...
Cosa ci faccio qui? Beh, ero venuto a Buja per recuperare l'antenna parabolica che dovrebbe presto consentire la connessione ad internet della scuola per cui lavoro qui a Ngozi: è arrivata il 9 febbraio e finalmente oggi, dopo quasi 50 giorni di burocrazia, dovevo sdoganarla e portarmela via. E invece no. Perché? Perché in Africa l'unico vero imprevisto è che non ci siano imprevisti. Bisogna provarlo, davvero. Questo paese, se non addirittura questo continente, è una palestra della pazienza: altro che monaci tibetani e eremiti! Piuttosto mona, ebeti e termiti. 3 ore d'attesa per ottenere, supplicandola, la firma di autorizzazione al prelievo del direttore della dogana. Peccato che i dipendenti del deposito dei pacchi oggi avessero consiglio di direzione, pertanto ne hanno approfittato per una bicchierata post riunione, chiudendo prima gli uffici. Ciò ha comportato che non potessi prelevare l'antenna: tant pis, visto che ero già fuori tempo massimo per risalire a Ngozi; infatti la strada per l'interno del paese viene chiusa alle 16:30 per questioni di sicurezza. Le volte precedenti sono passato all'ultimo minuto: EXTENDED TIME! tipo videogioco Rally anni '80. Ma l'inspiegabile è: perché 'sti africani non sono come i napoletani? Perché qui rincoglioniti e attendisti e lì scaltri e geniali? Perché due versioni così diverse dell'arte di arrangiarsi? Si direbbe che anche la selezione naturale ha gettato la spugna. Natura fa rima con cultura, molto. E il fascino magico del confronto culturale è proprio che immergendosi in una cultura altra si scorge la propria in 3D, come con gli stereogrammi, che per vederli devi guardarci attraverso, al di là, fissare un punto dietro il foglio che hai davanti: avete presente? Quel punto, quella cultura, non la vedi, non la puoi vedere perché la visuale è completamente occupata dalla tua di cultura, che prima era una massa informe e piatta di puntini colorati e adesso diventa una figura definita, tridimensionale. E coerentemente non è facile riuscire a vederla, tocca storcere gli occhi ed è fastidioso. L'ortogonalità per esempio. Voi credete che sia una questione di percezione, che è il nostro occhio, come organo di senso, che è in grado di percepire immediatamente un minimo disallineamento tra due linee parallele o ortogonali. 'sti cazzi: quel fastidio innato che si prova di fronte agli 87º e ai 92º è il sedimento di secoli e secoli di estetica, dai greci innanzi. Qui pare non esistere. Non avete idea della pervasività e della rilevanza delle conseguenze di questo "dettaglio". Uno apprezza il valore della precisione. Prima di tornare in Italia a Natale, il mio chauffeur e ormai amico Vénant mi chiede di portargli un K-way al mio ritorno qui. Gli chiedo: "Di che colore lo vuoi?" "Ah, il colore non serve a niente."
l'illuminante sua risposta. Mi fa venire in mente quando ero in Burkina Faso nel 2002: era passato da poco il primo anniversario dell'11 settembre e un mio conoscente indossava una T-shirt con l'immagine di Bin Laden sullo sfondo delle torri in fiamme. Non era certo un fanatico per cui gli ho chiesto come mai: "Lo so, mi imbarazza un po', infatti la uso solo in casa, ma è una T-shirt nuova, non posso mica buttarla via solo perché c'è l'immagine di Bin Laden sopra!". È il primato della funzione. Per fortuna a volte funzione e bellezza coincidono.

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