Un giretto al villagio ONU di Nairobi
(...)La cosa più eccitante è stato il viaggio in matatu da Nairobi allo UN compound: che metafora, c h e m e t a f o r a! Questa foresta che sembra un fegato che filtra chi viene dalla città, l'ambasciata canadese con piscina e campi da tennis in bella mostra, protetti da questa security che scimmiotta le divise americane - quelle della polizia o quelle del baseball? - con tanto di "pugno di ferro" che mi ricordava le protezioni artigianali delle tute bianche del G8 di Genova. Poi scendi dal matatu, ignori quei quattro straccioni con le bancherelle tascabili, che, diciamocelo: lì proprio stonano! Ma non si dice, non sia mai, che "è per loro e/o grazie a loro che siamo qui" e poi imbocchi la stradina con il distributore esclusivo ma politically correct (Afrigas, right? Non Esso, BP or something "We foster autoctone development..."). Perfino le palme lungo la strada sono "in tinta": lisce e perfette che sembran finte. Finché arrivi alla stradina sulla destra, preceduta da un cartello immacolato, campionario dei loghi ONU: ricorda un po' quelli dei centri commerciali, no? Human Rights secondo piano a destra, UNESCO blocco C, dietro la caféteria. E chi c'è di fronte? Chi c'è? Noooo, non dirmi! L'ambasciata americana! Che caso! Pura coincidenza neh? Le entrate appena disallineate che se ti molli in bici dall'ONU entri di slancio nell'ambasciata Usa senza neanche pedalare. Ops! No, un attimo. Si sono sbagliati, saresti in contromano, qui si guida a sinistra. O forse la direzione preferenziale è l'opposta? Illazioni.
Dietro le reti alcune persone ricurve curano la terra scura come loro: "We provide job opportunities to the locals...". Poi entri come in aeroporto, non-luogo per eccellenza, a s t r a t t o, in senso letterale, ab solutum dal contesto. Scanner, metal detector... chissà perché tutta sta gente che fa del bene teme che qualche beneficiario pazzo voglia attentare alla propria incolumità. O forse non si fidano dei propri "supporter"? Alla fine, dopo un po' di coda finalmente l'agognato pass in cambio della propria identità, come caparra. Emozionato, imbocchi la via tra i pennoni bianchi, alla cui sommità sventolano le bandiere di tutte le nazioni, insieme ma libere, a tracciare la sinuosa strada verso la Pace univers... STUMP! Toh, un blocco di cemento. In mezzo. Ah, già, Israele... Fortunatamente non parlo arabo e non sono incinta quindi passo tranquillamente... Proseguo nel silenzio ovattato rotto solo dallo gorgoglìo discreto dei ruscelli artificiali. Non sono mai stato al Club Med, ma me lo immagino un po' così, d'inverno: che pace! Sono in orario, però devo sbrigarmi a trovare il blocco C se voglio essere puntuale. Arrivo alla caféteria e mi torna in mente UC San Diego, il campus. Ne approfitto per un pit stop alle toilettes: "Wow, sto pisciando all'ONU!" Non manco di dotarmi di una tripletta di souvenir in cialde, gratuiti, immacolati, e senza peccato - yet - da consumarsi preferibilmente con altre cooperanti, e soltanto dopo champagne e caviale, rigorosamente. Insomma arrivo all'ufficio di Aznar in assetto da intervista, con le frasi fatte pronte, in pole position. Dopo qualche minuto di anticamera lui mi accoglie: partiva per le ferie il giorno stesso. È stato molto gentile a ricevermi. Certo non me l'aspettavo in jeans e giubbottino sportivo. Meglio, preferisco l'informalità. Appena riesco gioco la carta "Lara & Philippe" e lui ricambia i saluti, piacevolmente sopreso. So, many thanks Lara! :-) Faccio un po' di teatro con il registratore e i microfoni, per dare scientificità al tutto e l'intervista comincia. Quello che mi dice è piuttosto vago, da buon politico. Al termine dell'intervista, con nonchalance lo porto a chiedermi di inviargli il mio CV, che - guarda caso - avevo con me nella mia chiavetta USB cosicché tornati in ufficio gliel'ho potuto trasferire direttamente sul PC. "Il mio nome è Obbligazione, Giacomo Obbligazione." ;-? In italiano non fa lo stesso effetto, non c'è che dire, ma hai capito il senso... Il buon uomo mi concede 15 minuti di bonus sul pass per una gitarella nel villaggio. Mi chiedo cosa succederà allo scoccare delle 11:15 se sono ancora dentro, ma scaccio il pensiero. Mi aggiro per il compound, faccio un giretto dentro al supermarket che come il McDonald è uguale ad ogni altro supermarket della Terra. Sbircio lo scarno scaffale dei libri alla ricerca di "Lords of Poverty" e non lo trovo... evidentemente esaurito. Ammiro la pelouse uniforme, che qui in Kenia mi pare la massima manifestazione del dominio dell'uomo sulla natura; non oso calpestarla, sinché non vedo alcune persone che si dirigono bellamente sul colmo della collinetta e mi azzardo. Passo vicino al piccolo monumento di metallo, una specie di logo 3D dell'ONU, decorato all'interno da un mazzo di roselline bianche, fresche; le stesse rose che mi vengono offerte all'entrata dell'aiuola al cui centro campeggia un totem esagonale, custodito da due guardie in guanti bianchi, che reca scritto "Possa la pace prevalere sulla terra" in 6 lingue: ignoro che è l'anniversario dell'attentato all'ambasciata americana di 6 anni prima e il pensiero che sia così tutti i giorni mi lascia tra il divertito e l'incredulo. Chiedo alle signorine se le rose vengano da una delle compagnie nei dintorni di Nairobi, quelle schiaviste e per fortuna mi tranquillizzano, dicendo che l'ONU ha appaltato l'iniziativa ad una ditta che offre un trattamento salariale tra i migliori in Kenya. È meglio che ci credo. Time is up e chiedo indicazioni per l'uscita alla solenne guardia inguantata, che con un genuino cenno del braccio mi suggerisce di tagliare dritto per il prato, tradendo così l'austerità dell'alta uniforme: che tenero. Ripercorro la flessuosa corsia che si snoda tra i due filari bianchi, ma stavolta le bandiere non ci sono, no matter quanto si sforzi la mia fantasia. E sì che mi risulta che abbiano pagato la quota associativa, no? Un po' mi dispiace, penso che sia un bello spettacolo quando ci sono. Forse però a star lì si sciupano e sarebbe un peccato: sai che spreco!
Mi immagino su di una jeep di quelle grandi e bianche, una Toyota, con Kofi al mio fianco, in una di quelle cerimonie ufficiali in cui le bandiere le issano... percorriamo lenti la navata bianca, lui saluta in giro come dalla papamobile, e con quella stessa lentezza, senza accelerazioni né frenate, andiamo inesorabilmente a sbattere contro al blocco di cemento dell'entrata. Comico no? ;-)
Restituisco il pass e mi riprendo la mia identità di carta, e prima di uscire marco nuovamente il territorio, che l'ONU è anche mia.
Paolo
Dietro le reti alcune persone ricurve curano la terra scura come loro: "We provide job opportunities to the locals...". Poi entri come in aeroporto, non-luogo per eccellenza, a s t r a t t o, in senso letterale, ab solutum dal contesto. Scanner, metal detector... chissà perché tutta sta gente che fa del bene teme che qualche beneficiario pazzo voglia attentare alla propria incolumità. O forse non si fidano dei propri "supporter"? Alla fine, dopo un po' di coda finalmente l'agognato pass in cambio della propria identità, come caparra. Emozionato, imbocchi la via tra i pennoni bianchi, alla cui sommità sventolano le bandiere di tutte le nazioni, insieme ma libere, a tracciare la sinuosa strada verso la Pace univers... STUMP! Toh, un blocco di cemento. In mezzo. Ah, già, Israele... Fortunatamente non parlo arabo e non sono incinta quindi passo tranquillamente... Proseguo nel silenzio ovattato rotto solo dallo gorgoglìo discreto dei ruscelli artificiali. Non sono mai stato al Club Med, ma me lo immagino un po' così, d'inverno: che pace! Sono in orario, però devo sbrigarmi a trovare il blocco C se voglio essere puntuale. Arrivo alla caféteria e mi torna in mente UC San Diego, il campus. Ne approfitto per un pit stop alle toilettes: "Wow, sto pisciando all'ONU!" Non manco di dotarmi di una tripletta di souvenir in cialde, gratuiti, immacolati, e senza peccato - yet - da consumarsi preferibilmente con altre cooperanti, e soltanto dopo champagne e caviale, rigorosamente. Insomma arrivo all'ufficio di Aznar in assetto da intervista, con le frasi fatte pronte, in pole position. Dopo qualche minuto di anticamera lui mi accoglie: partiva per le ferie il giorno stesso. È stato molto gentile a ricevermi. Certo non me l'aspettavo in jeans e giubbottino sportivo. Meglio, preferisco l'informalità. Appena riesco gioco la carta "Lara & Philippe" e lui ricambia i saluti, piacevolmente sopreso. So, many thanks Lara! :-) Faccio un po' di teatro con il registratore e i microfoni, per dare scientificità al tutto e l'intervista comincia. Quello che mi dice è piuttosto vago, da buon politico. Al termine dell'intervista, con nonchalance lo porto a chiedermi di inviargli il mio CV, che - guarda caso - avevo con me nella mia chiavetta USB cosicché tornati in ufficio gliel'ho potuto trasferire direttamente sul PC. "Il mio nome è Obbligazione, Giacomo Obbligazione." ;-? In italiano non fa lo stesso effetto, non c'è che dire, ma hai capito il senso... Il buon uomo mi concede 15 minuti di bonus sul pass per una gitarella nel villaggio. Mi chiedo cosa succederà allo scoccare delle 11:15 se sono ancora dentro, ma scaccio il pensiero. Mi aggiro per il compound, faccio un giretto dentro al supermarket che come il McDonald è uguale ad ogni altro supermarket della Terra. Sbircio lo scarno scaffale dei libri alla ricerca di "Lords of Poverty" e non lo trovo... evidentemente esaurito. Ammiro la pelouse uniforme, che qui in Kenia mi pare la massima manifestazione del dominio dell'uomo sulla natura; non oso calpestarla, sinché non vedo alcune persone che si dirigono bellamente sul colmo della collinetta e mi azzardo. Passo vicino al piccolo monumento di metallo, una specie di logo 3D dell'ONU, decorato all'interno da un mazzo di roselline bianche, fresche; le stesse rose che mi vengono offerte all'entrata dell'aiuola al cui centro campeggia un totem esagonale, custodito da due guardie in guanti bianchi, che reca scritto "Possa la pace prevalere sulla terra" in 6 lingue: ignoro che è l'anniversario dell'attentato all'ambasciata americana di 6 anni prima e il pensiero che sia così tutti i giorni mi lascia tra il divertito e l'incredulo. Chiedo alle signorine se le rose vengano da una delle compagnie nei dintorni di Nairobi, quelle schiaviste e per fortuna mi tranquillizzano, dicendo che l'ONU ha appaltato l'iniziativa ad una ditta che offre un trattamento salariale tra i migliori in Kenya. È meglio che ci credo. Time is up e chiedo indicazioni per l'uscita alla solenne guardia inguantata, che con un genuino cenno del braccio mi suggerisce di tagliare dritto per il prato, tradendo così l'austerità dell'alta uniforme: che tenero. Ripercorro la flessuosa corsia che si snoda tra i due filari bianchi, ma stavolta le bandiere non ci sono, no matter quanto si sforzi la mia fantasia. E sì che mi risulta che abbiano pagato la quota associativa, no? Un po' mi dispiace, penso che sia un bello spettacolo quando ci sono. Forse però a star lì si sciupano e sarebbe un peccato: sai che spreco!
Mi immagino su di una jeep di quelle grandi e bianche, una Toyota, con Kofi al mio fianco, in una di quelle cerimonie ufficiali in cui le bandiere le issano... percorriamo lenti la navata bianca, lui saluta in giro come dalla papamobile, e con quella stessa lentezza, senza accelerazioni né frenate, andiamo inesorabilmente a sbattere contro al blocco di cemento dell'entrata. Comico no? ;-)
Restituisco il pass e mi riprendo la mia identità di carta, e prima di uscire marco nuovamente il territorio, che l'ONU è anche mia.
Paolo


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